Incostituzionalità art. 3 comma 1 Jobs Act

Ottobre 01, 2018

Si informa che la Corte costituzionale, con provvedimento comunicato il 26/09/2018, ha dichiarato l’illegittimità dell’articolo 3, comma 1, del Decreto legislativo n. 23/2015 sul contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti, nella parte che determina in modo rigido l’indennità spettante al lavoratore ingiustificatamente licenziato.

In particolare, il comma dichiarato incostituzionale stabiliva che:

Il giudice dichiara estinto il rapporto di lavoro alla data del licenziamento e condanna il datore di lavoro al pagamento di un’indennità non assoggettata a contribuzione previdenziale di importo pari a due mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del trattamento di fine rapporto per ogni anno di servizio, in misura comunque non inferiore a quattro e non superiore a ventiquattro mensilità.

La previsione di un’indennità crescente in ragione della sola anzianità di servizio del lavoratore è, secondo la Corte, contraria ai principi di ragionevolezza e di uguaglianza e contrasta con il diritto e la tutela del lavoro sanciti dagli articoli 4 e 35 della Costituzione.

Al momento non è chiaro se la conseguenza di tale decisione è il ritorno tout court, per tutte le aziende che occupano oltre 15 dipendenti, alla legge n. 92/2012 ovvero se comunque rimarranno applicabili i principi risarcitori e il range da 6 a 36 mensilità previsto dal D.L. 87/2018.

L’effetto immediato della sentenza è che ora l’indennizzo per i licenziamenti illegittimi dovrà essere valutato a discrezione del giudice.

Di fatto, in caso di impugnazione del licenziamento, se ritenuto ingiustificato, per l’indennizzo il giudice dovrà valutare caso per caso (tenendo conto – possiamo ipotizzare – del carico di famiglia, delle condizioni del mercato del lavoro locale, della durata del rapporto, ma anche della grandezza della società e dei comportamenti tenuti dalle parti).

Le ulteriori questioni sollevate in relazioni ai licenziamenti, sono state dichiarate inammissibili o infondate. Pertanto, nelle more del deposito della sentenza si invitano le aziende a valutare ogni situazione con estrema cautela.

Si precisa che la dichiarazione di illegittimità del contratto a tutele crescenti, per la parte di cui all’art. 3, comma 1, non impedisce al datore di lavoro di esercitare la facoltà a prediligere, lì dove è possibile e per i lavoratori assunti dal 7 marzo 2015, lo strumento dell’offerta di conciliazione, introdotto dall’art. 6 del D.Lgs 23/15 con la precipua finalità di incentivare la risoluzione stragiudiziale delle controversie giuslavoristiche in materia di licenziamenti, e ciò a fronte di un’offerta – avanzata dal datore di lavoro entro i termini per l’impugnazione stragiudiziale del recesso – di un indennizzo predeterminato ex lege nell’ammontare, che va da 3 a 27 mensilità in base agli anni di servizio, che non costituisce reddito imponibile per il lavoratore e non è assoggettato a contribuzione previdenziale; l’eventuale accettazione del lavoratore comporta – ai sensi del citato art. 6, comma 2, D.Lgs 23/15 – “l’estinzione del rapporto alla data del licenziamento e la rinuncia alla impugnazione del licenziamento anche qualora il lavoratore l’abbia già proposta”.

Ci impegniamo a fornirvi maggiori chiarimenti a seguito del deposito della motivazione della sentenza che avverrà nelle prossime settimane.

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